L’algoritmo motivazionale


Perché contenuti nati per farci riflettere spesso ci confermano soltanto quello che già pensavamo

Qualche giorno fa una persona mi ha scritto un messaggio lungo e sincero. In sintesi diceva che da tempo osserva un fenomeno che gli sembra alquanto tossico, ossia quell’effetto provocato dalla valanga di reel, video e citazioni di filosofi, psicologi e pensatori che l’algoritmo gli propone senza sosta. Frasi belle, spesso vere, ma talmente generiche che spesso toccano corde molto personali e proprio perché arrivano senza contesto, un po’ sparate a casaccio, rischiano di fare danni. Invece di farci pensare e magari sistemare qualcosa di noi, si appoggiano a ciò che già crediamo e diventano un motivo per dire “visto? Ho ragione io”. E siccome è sempre più facile spingere all’esterno di sé, dare agli altri la colpa di ciò che non va, quelle frasi finiscono per puntare ulteriormente il dito, e non per guardarsi allo specchio. Mi raccontava anche di aver sentito una psicologa dell’età evolutiva dire, più o meno, che spesso non sono i ragazzi ad aver bisogno di terapia ma i genitori, gli stessi che, condizionandoli, poi mandano i figli in analisi.

Mi sono preso qualche giorno per rispondere e poi ho gli ho scritto più o meno così.

Sei stato molto chiaro e credo che tu stia individuando un fenomeno reale, che non riguarda solo il semplice abuso di frasi e discorsi motivazionali. E il problema non è nemmeno se che quelle frasi siano false o finte, perché spesso suonano vere, intelligenti, ci fanno riflettere. Il problema è che cosa ce ne facciamo quando ci arrivano all’improvviso scrollando i social, senza contesto, senza alcuna relazione con ciò che stiamo facendo, senza contraddittorio e soprattutto senza aver fatto un lavoro precedente su di sé.

Ed è paradossale, un contenuto creato per aumentare la consapevolezza può diventare uno strumento che aggiunge confusione. Una psicologa dice: chi non rispetta i tuoi confini non merita di stare nella tua vita. Un filosofo parla delle persone incapaci di comprendere chi è cambiato. Un reel spiega il narcisismo. Un altro l’attaccamento evitante. Un altro ancora dice che «quando cominci a guarire perdi molte persone». Presi singolarmente, ognuno di questi contenuti può contenere qualcosa di utile, ma li riceviamo magari dopo una lite, dopo una separazione, mentre siamo arrabbiati con qualcuno e allora il meccanismo che si innesca è pensare “ecco, parla proprio di lui”.

La psicologia, la filosofia, una pratica di consapevolezza, dovrebbero avere una forza in qualche modo centripeta, dovrebbero riportarci verso di noi. Nel consumo social possono diventare invece centrifughe, perché ci proiettano all’esterno, perché ci mettono a disposizione un linguaggio più sofisticato per spiegare che cosa non va negli altri.

Ci sono diversi concetti professionali che aiutano a descrivere questo fenomeno. Il bias di conferma (in inglese confirmation bias) è sicuramente uno; tendiamo a riconoscere, ricordare e valorizzare ciò che conferma la rappresentazione che già possediamo, l’idea che già ci siamo fatti di una persona o di un contesto.

C’è anche il motivated reasoning, il ragionamento motivato, che più o meno funziona così: non sempre prendiamo le informazioni per capire davvero come stanno le cose, molto spesso le leggiamo, le scegliamo e le mettiamo insieme in modo da arrivare a una conclusione che per noi è più facile da accettare. In qualche modo ci conviene che sia quella e facciamo in modo che sia quella, perché ci protegge, conferma qualcosa che pensavamo già, evita magari di dover rimettere mano e rivedere certe idee che abbiamo su noi stessi (e sugli altri).

Dentro questo meccanismo entra anche il self-serving bias, il bias a proprio favore, cioè quella tendenza abbastanza comune a prenderci volentieri il merito di ciò che va bene mentre quando qualcosa va male o non ci piace, troviamo le cause fuori da noi, stessi nelle circostanze, nel contesto, nelle persone, in quello che ci hanno fatto, in quello che è successo e così via.

Poi c’è il therapy-speak, il “parlare da terapia”, ormai tipico di certi contenuti che vediamo sui social. Parole della psicologia e della psicoterapia decontestualizzate, che sono uscite dagli studi, dai libri, dagli ambiti in cui avevano un significato abbastanza preciso e finite un po’ dappertutto; ad esempio parole come trauma, trigger, narcisismo, relazione tossica, gaslighting, confini, dipendenza affettiva, manipolazione, attaccamento evitante e via così. Il fatto è che questi termini usati continuamente, messi dentro qualunque relazione, qualunque litigio, qualunque comportamento che ci ha fatto stare male, finiscono per spiegarci tutto troppo facilmente e finiscono per darci una visione distorta della realtà.

A proposito di questo, nel 2025 Carme Isern-Mas e Manuel Almagro, hanno scritto Unmasking therapy-speak (in Theoretical Medicine and Bioethics) dove hanno osservato che questo linguaggio, quando viene estratto dal contesto terapeutico, viene usato per patologizzare gli altri, per auto-diagnosticarsi, per sottrarsi alle proprie responsabilità e perfino delegittimare l’altro assumendo implicitamente la posizione di chi possiede la spiegazione psicologica corretta. E qui entra in gioco anche l’effetto Dunning-Kruger.

C’è poi un ulteriore meccanismo che secondo me rende i social particolarmente adatti a questo processo. Gran parte di questi contenuti ha un approccio eccessivamente generico: Le persone che ti amano davvero…, chi ha subito un trauma tende a…, Se qualcuno fa questo con te… e proprio perché sono frasi generiche, lo ripeto, moltissime persone riescono a riconoscervi la propria esperienza. È il cosiddetto Forer/Barnum effect, per cui formulazioni sufficientemente ampie possono essere avvertite come particolarmente personali.

Ci fermiamo su un paio di reel che parlano, ad esempio, di relazioni tossiche e come per magia ne riceviamo altri trenta, è il lavoro che fa l’algoritmo, ma a quel punto non stiamo più semplicemente leggendo o ascoltando un paio di frasi ad effetto, stiamo vivendo dentro una specie di riverbero nel quale tutto sembra dirci proprio quella cosa che volevamo sentire e la ripetizione stessa aumenta familiarità e plausibilità facendo in modo che tutto ci sembri più vero.

E arriviamo alla tua immagine dello specchio, che secondo me è davvero forte. Forse il punto è proprio questo, il social, l’algoritmo, prende quello specchio e quasi senza che ce ne accorgiamo lo trasforma in una finestra. Una frase di Jung, di Fromm, di Cioran, oppure di una psicologa o di uno psicoterapeuta magari dovrebbe farci fermare un attimo, farci guardare dentro, anche solo per pochi secondi, mentre molto spesso succede altro, ci affacciamo da quella finestra e iniziamo subito a indicare qualcuno. Guarda, è mio padre. Questa è esattamente la mia ex. Questo è il mio collega. Ecco perché mio figlio fa così. Ecco, vedi, io sono circondato da persone tossiche. Alla fine noi ci lasciamo sempre un po’ fuori dalla scena, come se il discorso riguardasse tutti tranne noi.

Il tuo esempio dei genitori e degli adolescenti secondo me è molto interessante anche per un altro motivo, perché nella terapia familiare sistemica esiste un concetto che gli somiglia parecchio, quello dell’identified patient, il cosiddetto “paziente designato”. Di solito è il membro della famiglia che manifesta il sintomo, molto spesso un figlio o una figlia, ed è quello che viene mandato in terapia perché in qualche modo è considerato il problema. L’approccio sistemico invece prova a spostare un po’ lo sguardo e si chiede se quel sintomo non stia raccontando anche altro, qualcosa che riguarda l’intera famiglia, le relazioni, i conflitti, le aspettative, i ruoli. Quindi magari il sintomo è in una persona, ma non è detto che il problema stia tutto lì. Questo naturalmente non significa che la colpa è dei genitori, né che il ragazzo non possa aver bisogno di aiuto, significa che forse è sbagliatà l’unità di osservazione. Ed è proprio qui che vedo un collegamento profondissimo con la questione che stai ponendo.

Voglio dire, infine, che questi contenuti non sono di per sé necessariamente tossici. Alcuni possono anche dare un’apertura, una consapevolezza vera e anche la letteratura sul therapy-speak riconosce questo aspetto positivo. La tossicità nasce, secondo me, dalla combinazione di decontestualizzazione + personalizzazione algoritmica + bisogno di conferma + assenza di relazione terapeutica + deresponsabilizzazione.

Insomma, c’è a disposizione di tutti il vocabolario dell’introspezione ma non ci sono gli strumenti per attivare quella stessa introspezione e così parole nate per comprendere o per interrogarsi, diventano sentenze, diventano un modo per interpretare gli altri.

Ciò che dovrebbe innescare il dubbio crea certezze.