Non può essere cibo ciò che ti guarda negli occhi

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La mia vita negli ultimi trentasei anni, da quando ho smesso di separare il cibo dalla vita che lo precede

Ho iniziato il 2 dicembre 1990. Era una domenica mattina.
Sono passati quasi trentasei anni.

Le date a volte servono. Aiutano a dare corpo alle cose. Dicono che alcune scelte non sono mode passeggere. Dicono che diventano tempo vissuto, ma anche tentativi, errori, spaesamento, domande ripetute, conversazioni difficili, silenzi, abitudini nuove che all’inizio sembravano strane e poi, lentamente, sono diventate me.

Qui su WoodVibe scrivo di natura, di presenza, di ascolto, di attenzione, di relazione con il vivente. Ho scritto dei boschi, dei sentieri, del respiro, del modo in cui un paesaggio può riaprire parti di noi che credevamo chiuse. Eppure non credo di aver mai parlato del mio essere vegano.

Forse perché è una parola che spesso arriva prima della persona che la pronuncia. Appena dici vegano, molti smettono di ascoltarti e iniziano a difendersi. Come se tu avessi già giudicato la loro vita. Come se una scelta personale fosse automaticamente un’accusa lanciata contro tutti gli altri.

E invece, almeno per me, non è mai stato così semplice. Essere vegano non è stato solo cambiare alimentazione. È stato, più lentamente, cambiare il modo di guardare. È stato accorgermi che ciò che chiamiamo cibo, tradizione e gusto, contiene una vita che abbiamo imparato a non vedere più. Una vita trasformata in prodotto, in confezione, in ricetta, in un profumo familiare che ricorda l’infanzia — la ricetta della nonna — o in un gesto automatico fatto per abitudine.

Nessuno nasce fuori dal proprio tempo. Siamo figli di un’epoca che ha industrializzato praticamente tutto. Il lavoro, il consumo, il desiderio, la fame, il modo di stare insieme, persino il modo in cui immaginiamo il benessere e il benessere stesso. Nel secondo dopoguerra, e poi con il boom economico, la carne è diventata per molte famiglie il segno concreto di una povertà finalmente superata. Chi veniva dalla scarsità, dalla guerra e dagli stenti, ha visto nella carne una promessa. Portarla in tavola significava poter dare ai figli qualcosa che prima non c’era. Significava riscatto.

Bisogna avere rispetto per questa storia. Non si può giudicare quel passaggio con arroganza, guardandolo dal presente come se tutti avessero sempre avuto accesso alle stesse possibilità. Per molte persone la carne non è stata solo un alimento. È stata il simbolo di un mondo che sembrava migliorare. Il pranzo della domenica che diventava più frequente. Il frigorifero pieno e poi la spesa fatta senza dover per forza contare ogni cosa. La sensazione, forse illusoria ma comprensibile, che il benessere avesse finalmente una forma concreta. La forma di una bistecca.

Il problema è che poi certi simboli possono anche diventare prigioni. Quella carne che rappresentava il riscatto da una mancanza è diventata presenza quotidiana, e poi eccesso, e poi normalità indiscussa. Ma questa trasformazione non è avvenuta solo per inerzia sociale. Il desiderio di benessere nato nel dopoguerra è stato accompagnato, rafforzato e orientato da un intero sistema di interessi economici, campagne pubblicitarie, politiche agricole e raccomandazioni nutrizionali che, per molti anni, hanno presentato i prodotti animali come componenti quasi inevitabili di una vita sana e forte. La carne, il latte, il burro, i formaggi non erano raccontati soltanto come alimenti, diventavano promessa di crescita e di salute. Alcune pubblicità del dopoguerra e degli anni successivi, viste oggi, appaiono quasi incredibili: alimenti ricchi di grassi venivano descritti con leggerezza come benefici. Non era ancora il tempo della prudenza nutrizionale che conosciamo oggi; era il tempo in cui il cibo industriale doveva rassicurare e dare l’impressione che la scarsità fosse finalmente finita.

Il problema è che quella narrazione non è rimasta confinata alla pubblicità. È entrata nei modelli educativi, nelle raccomandazioni alimentari e nelle piramidi nutrizionali. Anche quando la scienza nutrizionale ha iniziato a diventare più cauta rispetto al consumo eccessivo di grassi animali, carni rosse e prodotti processati, le filiere della carne e dei latticini hanno continuato a esercitare una forte pressione sul modo in cui il cibo veniva raccontato pubblicamente. Il caso della piramide alimentare statunitense, ritirata nel 1991 dopo le proteste dei produttori di carne e latticini, è solo uno degli esempi più noti di questa tensione tra salute pubblica e interessi industriali. In Europa il meccanismo è diverso, più legato alla Politica Agricola Comune, ai sussidi, alle organizzazioni agricole, alla difesa delle filiere zootecniche, ma il nodo resta simile, ciò che finisce nel piatto non dipende mai soltanto dal gusto individuale. Dipende anche da ciò che un sistema economico rende disponibile, conveniente. Normale.

Per questo non basta dire che le persone scelgono la carne. Perché la scelgono dentro un paesaggio culturale che per decenni ha reso quella scelta familiare e rassicurante. L’abitudine non nasce da sola. Viene coltivata. Viene servita a tavola, confermata dalla pubblicità, sostenuta dalle politiche pubbliche, difesa dalle filiere economiche. E ad un certo punto non è più una scelta, è semplicemente il modo normale di mangiare.

Ancora oggi, quando qualcuno scopre che sono vegano, la domanda più frequente è e allora cosa mangi? È una domanda che mi colpisce sempre. Perché non chiede davvero un elenco di alimenti. È come se, togliendo carne, pesce, latte, uova e formaggi, a molte persone sparisse improvvisamente la struttura stessa del pasto. Non vedono più cosa resta, perché hanno imparato a vedere il cibo in un certo modo.

L’abitudine fa questo. Non solo ripete gesti. Costruisce il mondo visibile. Ci fa sembrare naturale ciò che naturale non è. Ci fa chiamare normale quello che abbiamo solo visto fare abbastanza a lungo. Ci fa confondere la familiarità con la necessità.

E allora il punto è capire quanto sia potente una cultura alimentare quando riesce a rendere invisibile tutto ciò che la sostiene. Gli animali, i macelli, i lavoratori, i sussidi, i mangimi, i campi coltivati per nutrire animali invece che persone, le emissioni, l’acqua, la paura, il sangue, il trasporto, l’attesa. La morte.

Il nostro sistema alimentare funziona anche perché separa il prodotto dall’animale. Il piatto dal corpo. Il gusto dalla morte. La confezione dalla vita che c’era prima.

E questa separazione avviene anche attraverso le parole. Non diciamo che mangiamo il corpo di un animale. Diciamo bistecca, prosciutto, hamburger, ragù, spezzatino. Sono parole familiari, domestiche. Parole che entrano nelle cucine e nei ricordi senza portare con sé il volto dell’animale. Il linguaggio ci protegge da ciò che non vogliamo incontrare. E lo fa per permetterci di continuare a vivere senza troppa frizione. Ma quella frizione, prima o poi, bisogna ascoltarla.

Per me il veganismo è nato anche da lì. Da quella frizione che è emersa con forza liberandomi. A un certo punto non sono più riuscito a considerare normale che un essere vivente venisse fatto nascere, crescere, sfruttare e uccidere solo perché io potessi consumarlo. Non sono più riuscito a tenere separati il piatto e l’animale.

E quando cade quella separazione, cade anche un pezzo del modo in cui il mondo ti era stato raccontato.

Oggi sappiamo molte cose che prima erano più difficili da vedere, o che comunque restavano ai margini del discorso pubblico. Sappiamo che gli allevamenti hanno un impatto enorme sull’ambiente. Sappiamo che la produzione di cibo di origine animale richiede terra, acqua, mangimi, energia, trasporti, refrigerazione. Sappiamo che una parte enorme dei terreni agricoli viene usata per coltivare alimenti destinati agli animali invece che direttamente alle persone. Sappiamo che le emissioni legate alla zootecnia pesano in modo significativo sul sistema climatico. Sappiamo che il consumo eccessivo di carne, soprattutto rossa e processata, è collegato a rischi per la salute pubblica. A forme tumorali.

Sappiamo anche che negli USA e in Europa il sistema non è neutro. Non lo è mai stato. Le politiche agricole, i sussidi, le pressioni delle grandi organizzazioni di settore, il peso delle filiere zootecniche, le lobby, le battaglie persino sulle parole — come quando si discute se un prodotto vegetale possa chiamarsi burger o salsiccia — ci dicono che il cibo non è solo una scelta privata. È una costruzione economica, politica e culturale.

Quando un prodotto animale è sostenuto da filiere consolidate, denaro pubblico, abitudini familiari, pubblicità, distribuzione capillare e immaginari profondi, mentre l’alternativa vegetale deve ancora spiegare se stessa, giustificarsi, rendersi comprensibile, farsi spazio sugli scaffali e nei menu, allora non siamo davanti a una scelta perfettamente libera. Siamo dentro un campo già orientato. Dove le nostre scelte vivono dentro strutture che le rendono più facili o più difficili.

Per questo credo nella responsabilità che quando è vera, apre uno spazio. Che ti chiede di guardare meglio. Che ti chiede di non fermarti alla prima giustificazione. Che ti chiede se quella cosa che hai sempre fatto sia ancora necessaria, ancora giusta, ancora sostenibile, ancora coerente con ciò che oggi sai.

La Mindfulness, per come la vivo, entra anche qui. Soprattutto. La presenza, se è reale, prima o poi ci rende meno disponibili alla rimozione. Ci chiede di abitare il gesto che stiamo compiendo. Anche il gesto di mangiare. Ci chiede di sentire da dove viene ciò che ingeriamo, ciò che portiamo nel corpo. Ci chiede di non usare la distrazione come anestesia.

Mangiare è uno degli atti più intimi che compiamo. Ciò che mangiamo entra letteralmente in noi, diventa sangue, energia, tessuto, memoria corporea. E proprio per questo non può essere un gesto separato dal mondo. Ogni pasto è relazione. Con la terra, con l’acqua, con chi ha coltivato, raccolto, trasportato, cucinato. E, quando scegliamo prodotti animali, entriamo in relazione anche con l’animale che è stato ucciso e trasformato in alimento.

Da vegano, io non riesco a togliere l’animale da questa relazione. Non riesco a vederlo come materia prima. Non riesco a pensarlo come risorsa. Non riesco a credere che il desiderio di vivere di un animale possa essere sacrificato al mio desiderio di un sapore. Perché di questo, in fondo, si tratta. Una consistenza, un’abitudine, una memoria affettiva, una scarica di piacere che attraversa il cervello per pochi istanti. Dall’altra parte, però, c’è una vita intera.

Questa verità può sembrare dura. Ma nasce  dalla compassione. E la compassione è una forza precisa. È lasciarsi raggiungere dalla vita dell’altro fino al punto in cui quella vita modifica il nostro comportamento. La compassione non serve a sentirsi più buoni. Serve a non restare uguali.

So bene che per molte persone cambiare alimentazione sembra complicato. Non tanto per mancanza di alternative, quanto per ciò che quelle alternative non hanno ancora imparato a rappresentare. Il problema non è solo cosa mangio al posto della carne. Il problema è cosa succede ai miei automatismi, alle mie ricette, ai miei pranzi di famiglia, alle cene fuori, alla praticità della spesa, al mio senso di normalità.

È qui che l’abitudine ci frega. Ci fa credere che cambiare significhi perdere qualcosa. Ma poi si scopre altro. Si scoprono alimenti che prima non erano mai stati presi in considerazione. Si impara a cucinare diversamente. Si capisce che i legumi non sono un ripiego. Che le verdure non sono un contorno triste. Che cereali, legumi, semi, spezie, fermentati, frutta secca, erbe, oli, farine, funghi, alghe, radici, prodotti vegetali tradizionali e innovativi possono costruire un mondo alimentare vastissimo.

Nemmeno bisogna fingere che sia sempre semplice. Non lo è. Ma non è nemmeno quella terra povera e punitiva che molti immaginano.

A volte mi sembra che la domanda cosa mangi? nasconda una paura più profonda: se tolgo l’animale dal piatto, devo imparare di nuovo.E disimparare qualcosa. E questo, per gli esseri umani, è sempre un passaggio delicato. Ma imparare di nuovo è una possibilità.

C’è poi l’obiezione del lavoro, che merita rispetto e risposte ma non può diventare un ricatto. Gli allevamenti intensivi, i macelli, le filiere della carne e dei latticini danno lavoro a molte persone. Questo è vero. Ma nessuna società dovrebbe difendere per sempre un sistema solo perché produce occupazione, se quel sistema genera sofferenza, impatto ambientale e contraddizioni sempre più evidenti. La risposta non può essere lasciamo tutto com’è. La risposta deve essere accompagniamo la transizione.

Le filiere possono cambiare. La produzione agricola può orientarsi verso altro. Le competenze possono essere riconvertite. Le politiche pubbliche possono guardare verso altri orizzonti: agricoltura più sostenibile, trasformazione alimentare, ristorazione collettiva, ricerca, territori. Ma tutto questo richiede volontà politica. Richiede il coraggio di smettere di finanziare l’inerzia mentre si dichiara di volere il cambiamento.

Non basta chiedere ai cittadini di scegliere meglio se poi il sistema rende più facile scegliere come prima. Per questo il veganismo non è solo una questione privata. È una pratica personale con implicazioni pubbliche. È una forma di coerenza dentro un mondo pieno di incoerenze. Non risolve tutto. Non salva automaticamente nessuno. Non rende una persona migliore in ogni ambito della vita. Però apre una domanda radicale quanta sofferenza siamo disposti a considerare normale solo perché ci conviene non vederla?

Questa domanda mi accompagna da trentasei anni. Nel tempo è cambiata. All’inizio forse era più istintiva, più netta. Poi è diventata più ampia. Ha incontrato l’ambiente, la salute, la politica, la comunicazione, il linguaggio, la spiritualità laica della presenza, il rapporto con il corpo, la natura, i boschi, gli animali che ho amato e che amo. Ha incontrato Polo, naturalmente, perché vivere accanto a un cane rende ancora più difficile accettare le gerarchie arbitrarie con cui decidiamo chi è famiglia e chi è cibo.

Non tutti gli animali ci guardano allo stesso modo, certo. Non tutti entrano nelle nostre case. Non tutti hanno un nome. Ma il nome non crea il diritto alla vita. Al massimo crea la nostra capacità di riconoscerlo.

E allora, forse, essere antispecisti significa proprio questo, significa provare a indebolire quella frontiera morale che abbiamo costruito per comodità. Chiederci perché alcuni animali meritino lutto, cura, spese veterinarie, fotografie, voce dolce, memoria, mentre altri possano essere allevati e uccisi in numeri enormi senza che la loro singolarità venga mai presa sul serio.

Questa frontiera si vede benissimo in certi luoghi apparentemente innocenti. Una visita in agriturismo, per esempio. I bambini si fermano davanti a una capretta che saltella, a un asinello che raglia, a un vitellino che gioca vicino alla madre. Si fanno fotografie, si sorride, ci si commuove. Per qualche minuto quell’animale non è una categoria produttiva, non è carne, non è latte, non è reddito agricolo. È vita che si muove davanti a noi, con la sua goffaggine, la sua curiosità, la sua paura, la sua fiducia. La sua voglia di vivere.

E poi?

Poi si va a tavola nello stesso posto. Si ordina un tagliere, una grigliata, un formaggio, un ragù. E senza nemmeno pensarci la mente compie il passaggio più difficile con una facilità impressionante, prima accarezza l’animale vivo e poi consuma l’animale morto, tenendo separate le due cose. Come se appartenessero a mondi diversi. Come se la meraviglia provata davanti a quel vitellino non avesse niente a che fare con ciò che poco dopo viene servito nel piatto.

È lì che l’abitudine mostra tutta la sua forza. Non ci impedisce di provare tenerezza. Ci permette di provarla senza trarne conseguenze.

Questa, secondo me, è una delle forme più profonde della rimozione. Una sensibilità interrotta. Una compassione che si accende davanti all’animale visibile e si spegne quando quello stesso animale diventa alimento a pezzi nel piatto.

L’antispecismo, allora, chiede di portare continuità nello sguardo. Non lasciare che la capretta fotografata resti degna di meraviglia solo finché non entra nella logica della produzione. Non concedere all’animale una singolarità soltanto quando ci diverte, ci intenerisce o ci somiglia abbastanza da farsi proteggere. Perché quel vitellino che gioca non è meno vivo quando smettiamo di guardarlo. E la sua vita non diventa meno sua solo perché un sistema intero ci ha insegnato a chiamarla in un altro modo.

Io non scrivo questo articolo per convincere tutti a diventare vegani domani mattina. Sarebbe bellissimo. Lo scrivo perché dopo tanti anni sento il bisogno di dire con più chiarezza da dove guardo il mondo. E perché credo che il rapporto con gli animali non possa restare ai margini di un discorso sulla natura, sulla consapevolezza, sulla cura e sulla qualità della vita.

Non si può amare il bosco solo quando ci consola. Non si può parlare di presenza solo quando ci calma. Non si può invocare la connessione con il vivente e poi lasciare fuori, sistematicamente, gli animali che mangiamo.

La presenza chiede continuità.

Guardare il piatto e chiedersi cosa contiene davvero. Guardare la propria fame e distinguere il bisogno dall’abitudine. Guardare il gusto e domandarsi quanto dolore siamo disposti ad accettare perché qualcosa ci piaccia. Non ci nutra, ma ci piaccia. Guardare un animale e provare, anche solo per un istante, a non ridurlo a vederlo fuori dalla funzione che il nostro sistema capitalista gli ha assegnato.

Da lì può iniziare qualcosa.

Io ho iniziato il 2 dicembre 1990. Non sapevo tutto quello che avrei capito dopo. Non avevo tutte le parole che uso oggi. Non avevo ancora messo insieme l’etica animale, l’ambiente, la politica del cibo, il linguaggio, la rimozione, l’abitudine, la presenza. Non avevo letto tutte le ricerche, non conoscevo tutti i dati, non avevo ancora intrecciato questa scelta con la mindfulness, con l’antispecismo, con l’ecologia, con il modo in cui oggi provo a stare nel mondo. Però qualcosa, allora, era già chiaro. In qualche modo, sentivo già che lì dentro c’era qualcosa che dovevo guardare meglio. Qualcosa che mi chiedeva di non fermarmi alla superficie del piatto. Non sapevo ancora spiegare tutto, ma sapevo che volevo capire. E sapevo, anche senza avere ancora tutti gli strumenti, che quella sofferenza era già troppo. Che quella morte era già troppo. Che il mio piacere, da solo, non bastava più a giustificarla.

E che — nella maniera più assoluta — non volevo più nutrirmi di qualcosa che era stato qualcuno.

Dopo trentasei anni, questa frase non mi sembra invecchiata. Mi sembra diventata più semplice e più vera.

Peter Singer, Nuova liberazione animale
Melanie Joy, Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche
Leonardo Caffo, Vegan. Un manifesto filosofico
Gary L. Francione, Anna Charlton, Mangia con consapevolezza

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