Un pensiero sui non-giocanti, sugli automatismi che ci attraversano e sulla possibilità di guardare gli altri con meno giudizio.
Da bambino mi sembrava sempre di vivere dentro una specie di sceneggiatura non scritta. Io ero al centro della scena, non perché mi sentissi migliore degli altri, ma perché tutto ciò che conoscevo del mondo passava inevitabilmente da me: dal mio sguardo, dai miei pensieri, dalle mie paure, dal mio modo ancora acerbo di dare un ordine alle cose.
Gli altri erano reali, naturalmente. Erano mia madre, mio padre, mia sorella, i parenti, gli amici, le persone incontrate per strada, i compagni di scuola, gli adulti. Eppure, in quella percezione infantile, sembravano anche figure di una scena che mi accadeva intorno. Entravano e uscivano dal mio campo visivo, dicevano cose, facevano gesti, prendevano decisioni, ma la loro interiorità mi restava completamente nascosta.
La psicologia dello sviluppo ci aiuta a leggere questa esperienza: Piaget infatti parlava di egocentrismo infantile, di una fase del modo in cui il bambino organizza il mondo a partire dal proprio punto di vista. Prima di riuscire davvero a decentrarsi, il bambino attraversa un tempo in cui la propria prospettiva occupa quasi tutto il campo dell’esperienza. Non perché gli altri non esistano, ma perché la loro interiorità non è ancora pienamente immaginabile come separata, autonoma, complessa quanto la propria.
Oggi potrei dire, usando una parola che allora non conoscevo e che arriva da tutt’altro contesto, che li percepivo quasi come non-giocanti, un’espressione che arriva dal mondo dei videogiochi: NPC, Non-Player Character. Il personaggio non giocante indica quei personaggi che non sono controllati direttamente dal giocatore, ma dal sistema. Esistono dentro l’ambiente di gioco, parlano, si muovono, reagiscono, a volte aiutano la storia ad andare avanti, ma non hanno una libertà propria. Seguono istruzioni, percorsi e funzioni già previste.
Trasportata fuori da quel contesto, questa immagine è una metafora sociale che descrive individui che vivono in modo passivo, seguendo routine predefinite, senza esercitare un’autentica volontà, pensiero critico o interazione profonda con il contesto circostante (concetto che si intreccia strettamente con la teoria dei cosiddetti non luoghi di Marc Augé e con le dinamiche di alienazione contemporanea). Dunque, l’espressione suggerisce che alcuni vivano in modo automatico, come se ripetessero frasi, gesti, opinioni e abitudini senza una reale presenza. Da bambino, chiaramente, non stavo formulando una teoria sugli altri e nemmeno li stavo riducendo a comparse. Stavo semplicemente facendo esperienza del fatto che io potevo sentire me stesso dall’interno, mentre degli altri potevo vedere soltanto l’esterno.
Quella distanza mi incuriosiva. Forse mi disorientava. Avevo pensieri che nessuno sentiva, domande che non sempre sapevo formulare, paure che potevo tenere nascoste anche mentre fuori sembravo tranquillo. Allora, ero solo io oppure, in qualche modo, doveva essere così anche per gli altri? Ma questa comprensione non è stata immediata; si è costruita lentamente, attraverso gli anni, le relazioni, gli errori, le delusioni, fino alla scoperta progressiva che ogni persona è molto più ampia del ruolo che assume nella nostra giornata. E quella vecchia percezione ha cominciato a rovesciarsi un poco alla volta, attraverso momenti in cui la vita mi ha mostrato quanto sia fragile il confine tra presenza e automatismo.
Ero in auto, lungo un tragitto che conosco bene. A un certo punto mi sono accorto di non ricordare quale delle due strade possibili avessi percorso. Non ero distratto al punto da essere in pericolo, non avevo perso il controllo e nemmeno mi ero smarrito. Ero arrivato dove dovevo arrivare. Il corpo, l’istinto, aveva fatto tutto ciò che era necessario fare. Eppure io, in quel tratto, non c’ero stato del tutto. È stata una sensazione piccola ma precisa. Una parte di me aveva guidato, un’altra era altrove. Forse dentro un pensiero, forse dentro qualcosa ascoltato alla radio. In quel momento mi sono detto che, se proprio avessi voluto usare quella parola, il non giocante ero stato io.
Questa scoperta, così ordinaria, mi interessa più della teoria. Perché mi mette in una posizione diversa. Da bambino, gli altri mi apparivano come figure intorno alla mia scena perché non sapevo ancora immaginare fino in fondo la loro profondità. Da adulto ho imparato, in molti modi, che anche io posso essere attraversato dall’assenza ed essere nella scena degli altri.
Quando incontriamo una persona che ci sembra assente, passiva, ripetitiva, poco consapevole, sappiamo davvero cosa stiamo vedendo? Vediamo un comportamento, forse una frase detta male, un gesto povero, un’abitudine, una reazione che ci sembra prevedibile. Ma non vediamo tutto ciò che quella persona porta con sé. Non vediamo il fardello. Non vediamo l’educazione ricevuta, le occasioni mancate, gli strumenti avuti o mai avuti, le paure, le parole che nessuno le ha insegnato a usare.
Ci sono persone che sembrano ferme e stanno facendo una fatica enorme per non cadere. Persone che sembrano superficiali e forse hanno avuto poche occasioni per imparare ad andare più a fondo. Persone che ripetono idee ricevute perché nessuno, nella loro storia, le ha accompagnate a interrogare davvero quelle idee. Persone che appaiono dure perché hanno imparato che mostrarsi fragili era pericoloso. Persone che non sembrano scegliere e magari stanno solo usando gli unici strumenti che hanno trovato.
E poi ci sono persone che ci sembrano perfettamente dentro la propria vita. Persone sicure, solide, capaci, apparentemente risolte. Persone che guardiamo come modelli, come se avessero trovato un modo più pieno, più ordinato, più riuscito di stare al mondo. Eppure anche quella è una superficie. Anche lì vediamo solo una parte. Non sappiamo quale fatica tenga insieme quell’equilibrio, quali paure restino nascoste dietro la competenza, quali rinunce abbiano accompagnato certi risultati, quali fragilità vengano coperte da una presenza forte, luminosa, convincente.
La superficie può portarci a svalutare, oppure a idealizzare. In entrambi i casi ci allontana dalla persona reale, perché sostituisce una vita intera con l’immagine che riusciamo a farcene in un momento. Ricordarlo non vuol dire giustificare tutto o cancellare le responsabilità. Significa però ricordare che nessuno coincide interamente con il frammento che ci mostra. Anche noi, visti da fuori, potremmo sembrare molto meno profondi di ciò che sentiamo di essere. Qualcuno potrebbe guardarci proprio mentre stiamo reagendo male, mentre ripetiamo una frase non nostra, mentre attraversiamo una strada senza ricordarla, e scambiarci per quella sola immagine.
Le pratiche di presenza, quando restano semplici e sincere, lavorano forse proprio qui. Ci riportano a noi stessi, ma non per farci sentire migliori. Ci riportano a noi stessi perché, incontrando la nostra distrazione, la nostra tendenza a vivere in automatico, diventiamo meno rapidi nel giudicare quella degli altri. Se mi accorgo di quanto sia facile non esserci, posso guardare con più cautela chi mi sembra non esserci.
La consapevolezza, allora, non è una distanza dal mondo. È un modo più umile di entrarci. Mi fa sentire il volante tra le mani, la strada davanti gli occhi, il respiro nel corpo, ma mi ricorda anche che ogni persona che incontro ha un interno che non vedo. Io posso intuire qualcosa, posso ascoltare, posso avvicinarmi, posso perfino sbagliare valutazione e correggermi(!), non posso però ridurre una vita alla sua superficie.
Forse è questo il passaggio che mi interessa davvero. Da bambino pensavo, senza saperlo, che gli altri fossero un po’ non giocanti perché non riuscivo ancora ad abitare il mistero della loro interiorità. Da adulto ho scoperto che anche io posso essere attraversato dall’assenza, anche io posso essere non giocante. E proprio questo rovesciamento può aprire alla compassione.
Mettersi nei panni degli altri non significa immaginare di sapere cosa provano. Significa riconoscere che non lo sappiamo del tutto. Significa lasciare uno spazio vuoto, una zona di rispetto, una sospensione del giudizio. Significa ricordare che dietro ogni comportamento visibile può esserci una storia che lo spiega senza per forza assolverlo, una fatica che lo attraversa, una mancanza che lo ha formato, una possibilità che non è mai arrivata.
Ognuno vive a partire da ciò che ha vissuto. Da ciò che ha imparato e da ciò che non ha potuto imparare. Dagli incontri che lo hanno aperto e da quelli che lo hanno chiuso. Dal lavoro che fa o che avrebbe voluto fare, dalla cultura che ha respirato, dal tempo che ha avuto per pensare, dalla sicurezza o dall’insicurezza in cui è cresciuto. Alcuni hanno avuto più strumenti, altri meno. Alcuni sono riusciti a trasformare le proprie esperienze in consapevolezza, altri le portano addosso in forme più opache, meno ordinate, a volte più difficili da comprendere.
Se guardiamo solo la superficie, tutto questo scompare. Restano categorie veloci, etichette, impressioni. Restano persone che sembrano comparse perché non sappiamo leggere la scena interiore da cui arrivano. Nessuno è soltanto ciò che appare nel nostro sguardo. Nessuno è soltanto la parte che incontriamo in un momento. Nessuno è soltanto la frase che ripete, il gesto che compie, il silenzio che mantiene, la strada che sembra percorrere senza pensarci.
Forse vivere con più presenza significa anche questo: non usare la propria consapevolezza come una misura con cui giudicare gli altri, ma come un promemoria della complessità che ci accomuna. Tornare a sé per vedere meglio anche chi ci sta davanti. Ricordare che ogni vita, perfino quella che ci sembra più distante o più automatica, ha un interno che non possiamo possedere.
E allora la vecchia sceneggiatura dell’infanzia può finalmente avere un senso. Io resto al centro della mia esperienza, perché non posso vivere da nessun altro luogo. Ma anche gli altri, ciascuno a modo suo, vivono dal centro della propria. Ci incrociamo per un tratto, spesso senza sapere quasi nulla del peso che ognuno porta. A volte siamo presenti, a volte ci perdiamo. A volte guidiamo davvero, a volte lasciamo che l’abitudine ci conduca per qualche chilometro.
Accorgercene non ci rende superiori. Può renderci, semmai, un po’ più capaci di accogliere.
—
Ogni vita percorre un sentiero, ma quel sentiero non si apre per tutti nello stesso modo. Alcuni nascono dove il terreno è già più largo, dove esistono parole, cura, scuole, esempi, sicurezza, tempo per capire cosa si desidera diventare. Altri nascono dove il cammino è stretto fin dall’inizio, in luoghi segnati dalla povertà, dalla paura, dalla violenza, dall’assenza di occasioni, da un’educazione che a volte insegna più a difendersi che a fiorire. Non c’è democrazia nelle condizioni di partenza. Ci sono vite che ricevono presto strumenti, e vite che devono spendere anni solo per cercarli — e non è detto che li trovino.
Per questo ogni incontro conta. Perché un essere umano può anche allargare il sentiero di un altro essere umano. Può aprire una possibilità, offrire una parola, dare fiducia, riconoscere un talento prima che si spenga, creare le condizioni perché una persona non resti prigioniera di ciò che ha ricevuto o di ciò che le è mancato. È uno dei poteri più grandi che abbiamo, e forse anche uno dei più traditi. Perché spesso, invece di allargare, restringiamo. Invece di accompagnare, controlliamo. Invece di riconoscere, misuriamo.
Chi ha più forza, più denaro, più cultura, più protezione, finisce spesso per usarli come strumenti di dominio, mentre chi parte da meno, spesso, non porta soltanto il peso di ciò che gli è mancato. Porta anche il peso dello sguardo degli altri su quella mancanza. Viene letto come se fosse interamente responsabile della propria fatica, della propria povertà, dei propri limiti, delle proprie parole non trovate, delle proprie occasioni perdute. Come se ogni vita partisse dallo stesso punto, con gli stessi strumenti, lo stesso tempo, la stessa protezione, la stessa possibilità di scegliere.
—
Jon Kabat-Zinn, Vivere momento per momento
Daniel J. Siegel, Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale

