Mi è venuta in mente questa frase dopo una camminata “sensoriale” fatta lungo il sentiero 7, nel Parco Nazionale del Vesuvio. Stavo guardando le persone rientrare dall’esperienza e ho notato che qualcosa nei loro volti era cambiato.
All’inizio si cammina sempre con un po’ di cautela, com’è normale quando ti ritrovi in mezzo a un gruppo di sconosciuti. Poi a un certo punto qualcosa comincia ad allentarsi e quasi senza accorgersene ci si sposta verso ciò che sta accadendo, verso ciò che si sta attraversando e l’attenzione cambia direzione da sola.
Il bosco fa così. Non chiede nulla, non pretende nulla. Ti offre solo un attraversamento più gentile, una possibilità di essere presente in un modo più intenso.
Durante la camminata ci sono stati anche momenti leggeri, momenti di spensieratezza che nascono in maniera spontanea proprio quando un gruppo comincia a fidarsi. E poi, dopo una breve sessione di pratica del respiro con il corpo rivolto a valle, abbiamo invitato i partecipanti ad avvicinarsi a un albero e a restare qualche minuto in silenzio. Chi voleva poteva abbracciarlo, chi preferiva restare a distanza poteva toccarlo soltanto o anche solo stare lì accanto.
Non c’era nulla da dimostrare. Solo stare lì e sentire. E nel momento della condivisione, dopo quell’abbraccio, sono arrivate emozioni forti, e anche se ormai so che succede, quella intensità mi colpisce ogni volta. Qualcuno lascia scendere qualche lacrima, qualcun altro parla con una voce che gli trema, e le parole che escono sembrano venire da posti rimasti chiusi troppo a lungo.
Un abbraccio, un gesto innocuo, semplice, eppure apre uno spazio così grande.
Ma ciò che mi porto dietro da quella mattina è qualcosa che continuo a vedere ripetersi, nel bosco e anche in contesti completamente diversi. Insegno Design all’Università e da un po’ di anni conduco pratiche di meditazione, camminate come questa, percorsi di consapevolezza. E quando creo dei momenti di condivisione, in aula o nel bosco, succede sempre qualcosa di molto simile. Gli studenti, un po’ alla volta, cominciano a parlare e le cose scendono giù a valanga, come se non vedessero l’ora di aprirsi, come se aspettassero da tempo che qualcuno gli dicesse che lì dentro potevano farlo. E quello che esce fuori ha una forza che ogni volta mi sorprende. Basta creare il contesto, uno spazio dove nessuno ti sta giudicando, e le persone si aprono con una naturalezza che ti fa capire quanto quel bisogno fosse lì, compresso, da chissà quanto tempo.
È una questione di ascolto. Ci portiamo dentro un bisogno enorme di essere ascoltati e quasi mai abbiamo occasione di soddisfarlo davvero. Nella vita quotidiana corriamo e performiamo e dentro di noi si accumula ciò che non trova mai il momento giusto per uscire. E non tanto perché non ci siano persone disponibili intorno a noi, ma perché mancano i contesti; mancano quei momenti in cui senti che puoi abbassare le difese senza poi pentirtene.
Sul sentiero, davanti a un albero, quella mattina ho visto persone che non si conoscevano accogliersi con una delicatezza che mi ha commosso. Nessuno ha provato a spiegare nulla, nessuno ha cercato di risolvere nulla. C’era solo ascolto, quello vero, che non ha fretta e che semplicemente sta lì, presente.
Il bosco funziona un po’ così, credo. Non ti dice cosa provare, ti dà solo il permesso di sentire quello che c’è. Ha una lentezza e un silenzio che proprio perché non ti chiede niente ti lascia libero di stare più vicino a te stesso.
Abbracciare un albero non è una cosa strana, se lo lasci accadere senza pensarci troppo. Ti avvicini pensando di fare un piccolo esercizio sensoriale e poi ti accorgi che quella fame di contatto ce l’avevi addosso da un pezzo senza saperlo.
Molte persone arrivano a esperienze come questa portando dentro un bisogno che nemmeno riescono a definire bene. Qualcosa che ha a che fare col fermarsi senza sentirsi in colpa, col parlare liberamente, col fidarsi, col ritrovare una parte di sé che nella vita quotidiana resta coperta dalla continua richiesta di cose da fare.
Nel cerchio di condivisione le parole si sono fatte più fragili e più vere. E si capiva che quelle persone non stavano raccontando un’emozione nata lì al momento, stavano lasciando affiorare qualcosa che aspettava da tempo un posto sicuro per poter finalmente uscire. L’albero aveva fatto da soglia, aveva offerto una presenza abbastanza stabile da permettere ad alcune persone di smettere, anche solo per un attimo, di difendersi.
Poi certo, la difficoltà è restare in quei momenti, perché la routine torna e si riprende tutto quello che avevi messo in pausa. Però qualcosa, se è stato vissuto davvero, resta. Magari è il ricordo di quella corteccia o il silenzio di un gruppo che per una volta ascoltava senza giudicare. La scoperta che esistono ancora luoghi in cui possiamo concederci di essere meno duri con noi stessi.
Alla fine molte persone hanno chiesto di ripetere l’esperienza. Non solo perché è stata una bella camminata ma perché per qualche ora il sentiero ha dato loro il permesso di far uscire quello che sentivano e di aprirsi alla meraviglia.
Ed è per questo che i boschi funzionano come dispositivi di riapertura emotiva. Non ti forzano e non ti chiedono nulla. Ti aspettano. E quando sei pronto, anche solo per un poco, ti aiutano a tornare vicino a quello che sei.
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Cos’è una camminata sensoriale
Una camminata sensoriale è un’esperienza guidata in natura in cui si cammina lentamente, portando l’attenzione al corpo e a ciò che i sensi percepiscono lungo il percorso. Non è un’escursione e non ha una meta. Include momenti di silenzio, pratiche di respirazione e attività di contatto con gli elementi naturali. L’obiettivo non è arrivare da qualche parte ma rallentare abbastanza da accorgersi di dove si è già.
Il forest bathing e le sue origini
Lo shinrin-yoku, tradotto come “bagno di foresta”, è una pratica nata in Giappone negli anni Ottanta e oggi riconosciuta come strumento di promozione del benessere psicofisico. Non prevede attività fisica intensa: si tratta di immergersi nell’atmosfera del bosco coinvolgendo tutti i sensi. Diversi studi hanno documentato effetti positivi sulla riduzione del cortisolo, sulla pressione arteriosa e sul sistema immunitario.
Perché ci è così difficile fermarci
Viviamo in una cultura che associa il valore personale alla produttività. Fermarsi, restare in silenzio, non fare nulla di “utile” produce spesso un senso di colpa sottile ma persistente. La mindfulness lavora anche su questo: non aggiunge qualcosa da fare, ma crea le condizioni per stare con quello che c’è senza il bisogno di giustificarlo.
Il cerchio di condivisione
Il cerchio di condivisione è uno spazio strutturato in cui i partecipanti possono esprimere ciò che sentono senza essere interrotti, consigliati o giudicati. Chi parla, parla. Chi ascolta, ascolta. È una pratica semplice che ha radici antiche e che oggi viene utilizzata in contesti molto diversi tra loro, dalla formazione aziendale ai percorsi di crescita personale. La sua forza sta nelle regole che lo proteggono: nessun commento, nessun giudizio, nessuna interpretazione, nessuna soluzione.
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Shinrin-yoku. Immergersi nei boschi — Qing Li
Dovunque tu vada, ci sei già — Jon Kabat-Zinn

