La migliore versione di te


Una riflessione sulla cultura motivazionale e sui suoi aspetti tossici

Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un post di Forbes su LinkedIn. Riportava alcune parole attribuite a Michael Phelps, il più grande nuotatore della storia, e insisteva su un messaggio molto riconoscibile: ciò che separa i grandi dagli altri non è il talento, ma il lavoro. La costanza. La disciplina. Le abitudini quotidiane. Il presentarsi ogni giorno in palestra, anche quando non se ne ha voglia.

È uno di quei contenuti che si incontrano continuamente nei feed. Hanno un tono pulito, convincente e che spesso accetti senza contestare. E infatti, a una prima lettura, sembrano difficili da contraddire davvero. Perché è ovvio che il lavoro conti. È ovvio che la disciplina abbia un peso. È ovvio che nessun risultato importante si costruisca senza continuità. Eppure, mentre leggevo, sentivo crescere un disagio.

Non era fastidio per il messaggio in sé, in fin dei conti il post non diceva niente di falso, almeno non in superficie. Ciò che mi disturbava era l’idea implicita che se lavori abbastanza, se resisti abbastanza, se sei abbastanza disciplinato, allora puoi arrivare dove vuoi. Che il confine tra chi ce la fa e chi non ce la fa sia, in fondo, solo una questione di impegno. O peggio, di moralità. O addirittura di cultura del sacrificio.

Ed è lì che, per me, certe narrazioni cominciano a diventare tossiche. Perché Michael Phelps non è stato soltanto un uomo straordinariamente disciplinato. È stato anche un essere umano con una struttura fisica eccezionale, con caratteristiche rarissime, con una combinazione di fattori che non vengono distribuiti in modo democratico nel mondo. La sua disciplina ha contato, certo. Ma ha contato dentro una materia già fuori scala, dentro un corpo che non era quello di chiunque, dentro una possibilità che non era universalmente accessibile. Vale per Phelps, e vale allo stesso modo per Usain Bolt, per Simone Biles, per qualsiasi atleta che la narrazione motivazionale trasforma in modello universale — come se la loro eccezionalità fosse riproducibile a patto di volerlo abbastanza forte.

Dirlo non significa sminuire il suo lavoro. Significa restituirgli verità. Anche per rispetto di tutte le persone che si allenano con la stessa serietà, con la stessa fame, e non arriveranno mai dove è arrivato lui. Perché la realtà umana non è una pagina bianca su cui basta scrivere forza di volontà. È fatta di limiti, di predisposizioni, di contesti, di corpi, di incontri, di condizioni che non dipendono interamente da noi.

Eppure la cultura motivazionale contemporanea continua a raccontarci una storia molto più semplice di così. Una storia rassicurante, ma falsa. Una storia in cui tutto dipende dall’atteggiamento giusto, dal mindset giusto, dalla determinazione giusta. E questa storia sembra dare potere e autodeterminazione alle persone, ma spesso finisce per fare l’opposto, perché se davvero ci convinciamo che tutto dipenda da noi, allora ogni traguardo mancato diventa la colpa assoluta, i limiti diventano frustrazioni e uno stop — forzato o meno — diventa segno di scarso valore.

Basta pensare a cosa succede quando un atleta — o uno sportivo amatoriale — si infortuna. È il momento in cui questa narrazione si amplifica nella maniera più doloroso. Perché la parte più difficile, spesso, non è la riabilitazione, è quello che ci si racconta durante l’attesa. Quando il corpo si ferma, la mente continua a girare e quasi inevitabilmente finisce per prendere una di queste due direzioni, a volte entrambe insieme. Ci si autocolpevolizza: potevo prevenirlo, avrei dovuto essere più resistente, più attento, mi sono preparato male. Oppure ci si aggrappa all’infortunio come a una giustificazione a portata di mano per tutto ciò che non si è riusciti a ottenere. Due risposte apparentemente opposte, ma che nascono dall’idea che il risultato fosse interamente nelle proprie mani, e che qualcosa — il corpo non abbastanza forte, la sfortuna, un imprevisto, allenamenti non mirati — te lo abbia sottratto.

Chiamiamo motivazione ciò che, in molti casi, è solo pressione travestita da incoraggiamento. Condividiamo frasi che sembrano piene di energia senza chiederci abbastanza quale sia il loro prezzo psicologico. Certi messaggi non aiutano a crescere, aiutano solo a interiorizzare un ideale impossibile con il quale sentirsi in difetto.

C’è una distinzione, qui, che mi sembra decisiva. L’obiettivo non è diventare il migliore del mondo. L’obiettivo, semmai, è diventare la versione migliore di sé. Lo so, sembra una frase fatta, già sentita mille volte. Ma se non la si lascia scivolare via come uno slogan, se ci si ferma un momento su quello che dice davvero, allora il suo significato è molto meno innocuo di quanto sembri. Perché implica uno spostamento radicale del criterio di confronto. Significa uscire dall’ossessione della misura continua con l’eccezione, con il campione, con chi è arrivato dove quasi nessuno può arrivare. Significa riportare il lavoro su di sé dentro una proporzione più umana, più reale, più giusta.

L’unico confronto sensato non è con i top player, i fuoriclasse, i campioni. È con quella distanza concreta, a volte ridicolmente corta, tra dove stai adesso e dove potresti essere — tra il divano e la palestra, tra l’idea e il gesto, tra il rimandare e il cominciare. Tra il sapere cosa ti farebbe bene e il farlo davvero. Questo non abbassa l’asticella, la rende più vera. Vuol dire chiedersi non se diventeremo Michael Phelps o il numero uno o il più celebrato, ma se stiamo usando bene quello che abbiamo. Se stiamo coltivando davvero le nostre possibilità. Se stiamo lasciando maturare il nostro potenziale reale, invece di inseguire un’immagine grandiosa ma disincarnata di successo.

C’è qualcosa di profondamente liberante, in questa prospettiva. Ma c’è anche qualcosa di molto esigente. Smettere di confrontarsi con l’eccezione non significa adagiarsi, significa, al contrario, assumersi una responsabilità più intima e meno spettacolare. Guardarsi con onestà, senza compiacimento e senza crudeltà. Riconoscere che non tutto dipende da noi, ma che qualcosa dipende comunque da noi. E che proprio lì, in quel margine concreto, si gioca la parte più seria del lavoro.

Anche la Mindfulness, quando viene compresa nel suo senso più profondo, va in questa direzione. Non promette versioni potenziate di noi stessi, non alimenta il sogno di una mente invincibile, sempre performante, sempre capace di superare tutto. Fa qualcosa di molto più sobrio e molto più radicale: ci riporta in contatto con la realtà dell’esperienza. Ci insegna a vedere ciò che c’è, prima di giudicarlo. A riconoscere i nostri automatismi; a osservare quanto facilmente il confronto con gli altri deformi la percezione del nostro valore; a notare come la mente costruisca ideali assoluti e poi soffra per non riuscire a coincidere con essi.

Essere presenti, in questo senso, non significa semplicemente respirare e rallentare. Significa anche imparare a stare davanti alla verità della propria condizione senza scappare nella fantasia dell’onnipotenza e senza precipitare nel disprezzo di sé.

Kristin Neff, una delle ricercatrici più importanti sul tema della self-compassion, distingue proprio tra la durezza con cui trattiamo noi stessi quando non raggiungiamo un obiettivo e la capacità di restare onesti senza diventare crudeli — una distinzione che sembra semplice, ma che cambia profondamente il modo in cui ci si allena, si lavora, ci si guarda.

Questo è importante anche nel Mental coaching, almeno per come lo intendo io. Lavorare sulla mente non dovrebbe voler dire convincere chiunque che può ottenere qualsiasi cosa. Dovrebbe voler dire aiutare la persona a esprimere al meglio ciò che realisticamente può diventare, nelle condizioni date, senza smarrirsi nel confronto sterile con gli altri e senza tradire i propri limiti reali.

Quando si cambia questo punto di partenza, cambia tutto il tono del discorso. L’impegno non è più una religione del risultato, diventa una forma di fedeltà a sé stessi. Non mi alleno, non studio, non lavoro su di me per diventare l’eccezione assoluta. Lo faccio per non restare al di sotto delle mie possibilità; per rispetto verso ciò che posso essere; per non vivere in modo distratto, approssimativo, passivo, quando invece potrei essere più presente, più lucido, più pienamente me stesso.

Forse è questa la differenza tra una motivazione sana e una motivazione tossica. La motivazione tossica ti spinge a credere che devi diventare straordinario nel senso più visibile del termine. Ti seduce con il mito del limite da infrangere, dell’ascesa eccezionale, della vetta assoluta. Ti parla sempre di oltre, quasi mai di misura. E finisce spesso per produrre frustrazione, senso di colpa, disprezzo di sé, o quella dipendenza continua dalla performance che non si sazia mai.

Una motivazione più matura non ti promette che diventerai chiunque tu voglia essere. Ti chiede di diventare il meglio che puoi, senza mentirti. Non è meno esaltante, è infinitamente più umano. Ed è anche, credo, l’unico modo per non trasformare la crescita personale in un’altra forma di violenza interiore.