Stavo scrollando TikTok. L’algoritmo, come sempre, mi alternava stupidate divertenti ad approfondimenti su cui spesso mi soffermo. A un certo punto mi sono fermato su un reel. C’era un fisico che parlava di fisica quantistica, di interfacce cervello-computer, di simulazione. Come per i videogiochi, diceva. Dentro l’hard disk di una console c’è un mondo intero, ma quel mondo non esiste tutto insieme. Compare pezzo per pezzo, mentre il giocatore si muove. Giri a sinistra, e quella porzione di paesaggio viene generata. Il resto è lì, da qualche parte, ma non si è ancora manifestato. Si chiama rendering, il mondo prende forma mentre lo guardi.
Ho messo in pausa. Sono rimasto fermo qualche secondo, col telefono in mano. Quell’immagine mi era entrata dentro. E non c’entrava nulla con la simulazione o con la fisica quantistica. C’entrava con qualcosa che conosco bene, qualcosa di molto più vicino. Il modo in cui funziona l’attenzione. Il modo in cui, ogni giorno, costruiamo il mondo che viviamo.
Ci penso spesso, in realtà. A quanto il mondo che viviamo dipenda da dove stiamo guardando. E non parlo solo degli occhi, parlo di tutto quello che orienta l’attenzione in un dato momento. L’umore, la stanchezza, un pensiero che gira in sottofondo, un’aspettativa, una paura.
Il mondo là fuori è pieno. È pieno di stimoli, di dettagli, di troppe cose che succedono nello stesso istante e se dovessimo registrare tutto, in tempo reale, non reggeremmo. E allora facciamo quello che fa qualsiasi sistema quando la complessità è eccessiva. Tagliamo. Selezioniamo. Mettiamo a fuoco alcune cose e lasciamo che il resto sfumi sullo sfondo. Lo facciamo continuamente, spesso senza accorgercene.
Ci capita di camminare per la stessa strada in giorni diversi. In certi momenti vediamo solo ostacoli, il traffico, le facce chiuse, il rumore, i ritardi. È come se il quartiere fosse diventato ostile, tutto spigoli e fastidi. Altri giorni, la stessa strada ci restituisce altro. Una luce che non avevamo notato, un balcone fiorito, il profumo di un forno, un bambino che ride. Niente è cambiato là fuori. È cambiato il rendering. È cambiato quello che la nostra attenzione ha deciso di caricare.
E qui la cosa si fa interessante. Perché quando te ne accorgi, quando ti rendi conto che stai vivendo dentro la tua stessa selezione, qualcosa cambia. Non cambia il mondo in sé, cambia il modo in cui ci stai dentro. La differenza è che nei videogiochi il rendering è neutro, certo. Il sistema genera il paesaggio, punto. Nella mente umana il rendering è tutto tranne che neutro. È colorato dalle paure, dai desideri, dalle abitudini, da quello che ci hanno insegnato — e che siamo abituati — a notare e da quello che abbiamo imparato a evitare o a considerare importante.
Daniel Kahneman, lo psicologo che ha passato decenni a dimostrare che la maggior parte delle volte non pensiamo: reagiamo, sostiene che il nostro cervello ha un sistema veloce — lui lo chiama Sistema 1 — che funziona per automatismi, scorciatoie, associazioni istantanee. Con un’efficienza tale che ci ha tenuti in vita come specie; ma è anche pieno di trappole. Perché quel sistema non cerca la verità, cerca conferme. Cerca pattern (frame) che già conosce e li applica a tutto, anche quando non c’entrano nulla.
Ma la mente non si limita a colorare quello che vede — a volte costruisce interi scenari che non esistono. Li genera, li sviluppa, li arricchisce di dettagli, e poi ci crede. Ci arrovelliamo su qualcosa che abbiamo creato noi stessi, convinti che sia la realtà. Quella persona non mi ha risposto, quindi è arrabbiata con me. Quel collega mi ha guardato in un certo modo, quindi pensa che io non sia all’altezza. Quella situazione andrà sicuramente male, lo sento…
Il pensiero gira, aggiunge particolari, trova conferme, costruisce prove. E intanto noi stiamo vivendo dentro quella storia come se fosse vera. Come se fosse l’unica versione possibile dei fatti. E magari fuori, nel mondo reale, non sta succedendo niente di tutto questo. Quella persona non ha risposto perché era impegnata. Quel collega pensava ad altro. Quella situazione non è ancora accaduta e potrebbe andare in mille modi diversi.
Ma dentro la nostra testa il rendering è già completo. Il mondo è già stato generato. E ci sembra così solido, così ovvio, che non ci viene nemmeno il dubbio di metterlo in discussione.
È una cosa che ho imparato nel tempo, anche se ci ho messo anni a capirla davvero. All’inizio pensavo che osservare la mente significasse calmarla, renderla silenziosa. Poi ho capito che non si tratta di fermare nulla. Si tratta di vedere. Di accorgersi di quello che sta succedendo mentre sta succedendo. E quello che succede, quasi sempre, è che la mente prende uno stimolo e ci costruisce sopra una storia. Velocissima. Automatica. Vedi una cosa, e un istante dopo non stai più vedendo quella cosa — stai vedendo l’interpretazione che ne hai fatto. Il giudizio. L’etichetta. Il collegamento con qualcos’altro che ti è successo dieci anni fa. Il rendering, appunto.
Riceviamo un messaggio, lo leggiamo, e prima ancora di finire la frase abbiamo già deciso cosa significa, chi è quella persona, cosa vuole da noi, come dobbiamo rispondere. Tutto in una frazione di secondo. E quella decisione — che non è nemmeno una decisione, è un automatismo — diventa il mondo in cui viviamo per i minuti successivi. A volte per ore. Il bello è che basta accorgersene perché qualcosa cambi. Non parlo di controllare i pensieri, di diventare positivi, di scegliere cosa sentire. Quella roba non funziona, o almeno con me non ha mai funzionato. Parlo di qualcosa di più semplice, e cioè notare che sta avvenendo una costruzione. Notare che tra quello che è successo e quello che stiamo vivendo c’è uno spazio, anche se è sottilissimo.
Ogni giorno ci svegliamo e cominciamo a generare un mondo. Lo facciamo con gli occhi, con i pensieri, con l’umore che ci ritroviamo addosso, con i ricordi che affiorano senza che li abbiamo chiamati. E quel mondo cambia in continuazione, a volte nell’arco di pochi minuti. Basta una telefonata, una notizia, un caffè bevuto con calma invece che di corsa. E il rendering si aggiorna, la scena si trasforma, e continuiamo a chiamarla realtà come se fosse sempre stata così.
Viviamo dentro mondi che durano pochissimo, eppure mentre ci siamo dentro sembrano definitivi. Sembra che le cose stiano così, punto. E invece stanno così adesso, in questo momento, filtrate da questo stato emotivo, da questa luce, da questo corpo che oggi è riposato o stanco, affamato o sazio, sereno o in allarme.
E forse è proprio qui che si apre la possibilità di accorgersi di quello che sta succedendo. Di guardare il rendering mentre si aggiorna, i pensieri mentre costruiscono le loro storie, senza andarci dietro subito. Senza aggrapparsi, ma anche senza spingerli via. Restare lì, un momento in più, prima di decidere che quella è la realtà. Non è qualcosa che si impara una volta per tutte. Non c’è un punto di arrivo. Ci sono giorni in cui vengo trascinato come chiunque altro, giorni in cui mi accorgo solo dopo parecchio tempo di essere stato dentro una costruzione mentale senza rendermene conto. Ma c’è una differenza, rispetto a prima, adesso so che succede. So che quello che vedo non è tutto quello che c’è. So che il mondo che sto vivendo è filtrato, parziale, momentaneo. E questo, stranamente, non toglie nulla. Anzi, alleggerisce.
Forse il fisico del reel voleva dire tutt’altro. Forse parlava davvero di simulazioni cosmiche, di realtà ultime, di misteri quantistici. Io mi sono fermato un po’ prima, su un piano più vicino. Il mondo si genera mentre lo guardiamo. E io continuo a guardare.

