Arriva un momento, nella vita, in cui nasce il bisogno di raccontarsi. È qualcosa di viscerale, che viene da lontano. Il desiderio di fare spazio dentro, di capire come si è arrivati fin qui. Non so dire esattamente quando sia cominciato, forse ci sono arrivato senza accorgermene.
Duccio Demetrio chiama questo movimento interiore pensiero autobiografico. Un lavoro che richiede coraggio ma che ha una funzione di cura. Non perché rimetta in ordine la vita o le dia una direzione — non credo che la vita debba averne una o ne abbia una. Ma perché permette di guardare quello che è e quello che è stato, di starci di fronte, e in quel guardare — alla lunga — qualcosa si alleggerisce. Lo zaino inizia a svuotarsi.
Ecco. Forse è per questo che WoodVibe è nato. Non è stato solo un progetto, ma una risposta a un momento della vita in cui sentivo che non bastava più fare. Avevo appena superato i cinquanta, praticavo da anni, ma avvertivo una mancanza. Serviva un luogo, anche solo simbolico, dove ciò che vivevo potesse depositarsi e prendere forma.
Ora, quando accade qualcosa che mi scuote, so che prima o poi dovrò scriverne. A volte ci arrivo subito, altre volte ci metto giorni o settimane. Ma il momento in cui le parole arrivano è sempre lo stesso: ciò che è accaduto smette di stare solo dentro di me. Si posa sul monitor del Macbook. E lì, finalmente, posso guardarlo senza esserne travolto. L’esperienza diventa qualcosa che posso osservare da fuori, come un oggetto appoggiato sulla scrivania. Posso avvicinarmi o allontanarmi, coglierne i dettagli che prima non vedevo. E, lentamente, iniziare a capire.
Questo gesto assomiglia molto alla meditazione. Nella pratica contemplativa impari a sederti con ciò che emerge — un pensiero, un’emozione — che non devi respingere né manipolare. Ti limiti a restare presente, ad accettare. E in questo restare, spesso qualcosa si allenta. Quello che sembrava assoluto diventa solo un contenuto della mente e a un certo punto torna nel silenzio. Perché lo hai lasciato andare.
Nella scrittura succede qualcosa di simile, ma l’esito è diverso. Quando scrivo non mi fermo solo a osservare quello che sento. C’è qualcosa che mi spinge oltre. Un’emozione arriva, mi attraversa, e io ho bisogno di capire. Da dove viene? Cosa l’ha mossa? Fa parte di me o era un innesco? Allora comincio a cercare. Leggo. Cerco parole e pensieri che altri hanno trovato prima di me, concetti che possano dare un nome e una forma a quello che sto vivendo.
È un percorso strano, a pensarci. Parto da qualcosa di molto intimo e finisco in territori che sembrano poi non appartenermi. Teorie, studi, ricerche. E quando torno al punto di partenza, qualcosa è cambiato. Quello che prima era solo confusione ha un contorno. Una definizione.
Forse è questo che la scrittura è diventata per me. Un dialogo interiore che ogni tanto si ferma a consultare articoli, libri. Una specie di seduta di psicoanalisi fatta in solitudine, dove il terapeuta e il paziente sono la stessa persona. E quello che ne esce resta. Sulla pagina, nero su bianco. Posso tornarci dopo un’ora, dopo settimane o dopo mesi. E quando rileggo, quella cosa che mi aveva bloccato non ha più la stessa presa. L’ho guardata, ho capito cos’era e l’ho spinta fuori. È ancora lì sulla pagina, ma non mi appartiene più allo stesso modo. Ne ho trattenuto quello che poteva insegnarmi, il resto l’ho lasciato andare.
E poi c’è un altro passaggio, che non avevo previsto all’inizio. La condivisione.
Pensavo di scrivere solo per me, per mettere ordine dentro. Ma col tempo mi sono accorto che, nei fatti, stava succedendo anche altro. Quelle parole cominciavano a essere utili anche a qualcun altro. Non per dare risposte o indicare una strada, ma per offrire una compagnia, un abbraccio.
Quando attraversiamo un periodo difficile, spesso non cerchiamo istruzioni. Ci serve piuttosto sapere che non siamo soli, che non siamo gli unici a trovarci lì in quella situazione. Che quel territorio incerto è stato già abitato da altri, che esiste un tempo prima e un tempo dopo. Non sempre abbiamo bisogno di una mappa dettagliata. Ci basta sapere che esiste un sentiero.
Negli anni ho imparato una cosa anche nel mio lavoro di docente. Insegno Design all’università, una disciplina che, in apparenza, sembra distante dalla scrittura autobiografica o dalla meditazione. Eppure, quando parlo con gli studenti, mi trovo spesso a suggerire loro di dare forma a ciò che vivono, scrivendo, disegnando; insomma creando in qualunque modo sentano vicino. Non lo dico perché debbano trasformarlo in una professione. Lo dico perché so che cosa accade quando tutto resta chiuso dentro. Le emozioni, se non trovano vie di uscita, continuano a girare nello stesso spazio; si ingrandiscono nella testa e occupano più posto di quello che dovrebbero. Ma quando riescono a passare attraverso un gesto creativo, cambiano stato. Diventano qualcosa che si può guardare e, fino a un certo punto, anche posare. Mettere via. Lasciar andare.
E a volte, in questo passaggio, nasce qualcosa che non ci si aspettava. Qualcosa che prima non esisteva. E adesso esiste.
A chi sta leggendo, mi verrebbe da dire che non è necessario essere scrittori. Non serve avere talento, né conoscere la forma giusta. Serve solo una superficie dove appoggiare le parole e la disponibilità a restare con ciò che c’è, anche quando sembra confuso o imperfetto. Negativo.
Si può cominciare da poco. Da ciò che è successo oggi, da qualcosa che ci ha irritato o commosso. Da un ricordo che torna all’improvviso. Si può scrivere di una paura o di un desiderio che non si è mai detto ad alta voce. Non c’è obbligo di mostrarlo a qualcuno. Non deve essere bello, non deve impressionare. Ha solo bisogno di essere vero. Poi, quando hai finito, puoi guardare ciò che hai scritto come guarderesti un paesaggio dalla finestra. Senza correggere subito e senza giudicare. È uscito da te e ora è lì, davanti a te. Ha trovato una forma. E probabilmente, per un momento, senti che dentro c’è un po’ più di spazio.
Forse è questo il pensiero autobiografico. Un modo di prendersi cura di sé attraverso le parole, di tenere compagnia alla propria storia senza voltarsi dall’altra parte. Una pratica semplice, quotidiana, che chiede solo la tua presenza. Se senti che qualcosa preme per uscire, puoi provare a dargli voce. Scrivendo. O magari dipingendo.

