Essere roccia. Restare senza dimostrare.


Tornavo dal Vallone del Fico, in discesa verso Piana Tonda. L’incendio dell’estate scorsa ha devastato questa zona, ma ha anche portato alla luce vecchi passaggi — sentieri che la vegetazione aveva inghiottito e che adesso si lasciano attraversare di nuovo. Camminavo su una vasta area di lava del 1929, la cui parte più alta prende il nome di Butto del pescinale.

Ogni passo trovava il suo appoggio, il terreno irregolare chiedeva attenzione e io gliela davo. Non avevo fretta. Il corpo si muoveva nel ritmo che la montagna imponeva, il respiro seguiva la pendenza, gli occhi restavano sul sentiero e ogni tanto si dirigevano verso la vasta pianura e i paesi vesuviani in basso. Non avevo intenzione di fermarmi. Il parcheggio era ancora lontano, almeno altri tre chilometri. Ma davanti a quella roccia qualcosa ha rallentato il passo.

Non aveva una forma regolare. Il suo profilo era stato deciso dal caso. La superficie era scura, tra il grigio profondo e il nero opaco, con variazioni più chiare che emergevano qua e là. In alcuni punti il colore virava al bruno, segno dell’ossidazione dei minerali ferrosi, lentamente trasformati dall’aria e dall’acqua. La materia era interrotta da cavità irregolari, alcune grandi e altre appena accennate, come pori sulla pelle. Vescicole, bolle di gas rimaste impresse nel magma mentre veniva scagliato fuori dal ventre del vulcano. Non erano state scavate dal tempo. Erano nate insieme alla roccia. In quell’istante remoto in cui il magma, viscoso e ricco di silice, aveva incontrato l’aria, i gas disciolti si erano espansi violentemente. Il raffreddamento improvviso aveva bloccato tutto.
Non aveva stratificazioni visibili. La superficie era ruvida, abrasiva e a tratti friabile. Alcune parti cedevano leggermente sotto le dita, lasciando una polvere fine, minerale; una specie di cenere antica.

Negli incavi più profondi l’umidità rimaneva più a lungo. Lì il colore cambiava ancora, diventava più freddo, più scuro. In quei punti iniziavano a comparire i primi segni di colonizzazione biologica. Un velo verdastro di muschio. Piccoli licheni grigio chiaro sulla superficie. Organismi pionieri, i primi a insediarsi: secernono acidi deboli che, col tempo, sciolgono lentamente i minerali, trasformando la roccia in nutrimento.
La pietra, senza saperlo, diventa suolo futuro.

Osservandola a lungo si intuiva che non era ferma. Non nel senso che si muovesse, ma nel senso della trasformazione. Si stava disgregando con una lentezza che sfugge allo sguardo.

Il Vesuvio l’ha generata in un attimo.
La Terra la sta riassorbendo con infinita pazienza.

Mi sono seduto a fianco a lei, le gambe incrociate nella posizione del loto. E sono rimasto. All’inizio c’era ancora il rumore della mente; immagini, parole. Poi, lentamente, tutto ha cominciato a perdere importanza. Al mio fianco c’era una roccia vulcanica. E io stavo respirando con lei. Non nello stesso ritmo ma nello stesso tempo.

La roccia non fa nulla. È materia nata da una pressione infuocata, è stata espulsa dalla montagna in un istante e si è raffreddata bruscamente. È lì da quasi un secolo. Non migliora, non peggiora. Si trasforma, forse senza volerlo. Il vento la leviga, la pioggia la attraversa. Il caldo e il freddo la spaccano lentamente. Sulla superficie crescono muschi e licheni — esseri antichi quanto la Terra — capaci di vivere dove quasi nulla è possibile. La roccia non li accoglie e non li respinge. Li permette.

La Natura non è fatta solo di ciò che vive. È fatta di ciò che rende possibile la vita. La roccia non è viva nel senso biologico, ma senza di lei quella vita non esisterebbe. È parte del sistema tanto quanto gli alberi, gli insetti, gli esseri umani.

Seduto lì, al suo fianco, ho sentito di essere come lei. Nel senso più concreto possibile. Essere roccia significa non cercare uno scopo. Significa reggere il tempo e restare presenti senza dover dimostrare nulla. Accettare che il vuoto faccia parte della propria struttura, che le cavità non siano mancanze ma spazi dove qualcosa può entrare. La roccia non è piena. E proprio per questo ospita.

Mentre restavo seduto, ho smesso di respirare bene. Ho smesso di controllare la postura, di cercare calma. Sono rimasto, e il corpo ha trovato da solo il suo equilibrio. Il respiro ha rallentato senza istruzioni. I pensieri entravano e uscivano. Non c’era nulla da migliorare. Ho sentito chiaramente che non stavo osservando la Natura. Ne facevo parte come elemento temporaneo dello stesso processo. Io, la roccia, il muschio, l’aria, il suolo vulcanico, il tempo. Tutto stava accadendo insieme, senza un obiettivo da raggiungere.

La pratica, quando è autentica, non serve a diventare migliori. Serve a smettere di sentirsi separati. A riconoscere che anche noi siamo fatti così; siamo materia che si trasforma, siamo superficie che il tempo lavora senza fretta. E anche noi reggiamo pressioni, ci raffreddiamo bruscamente, portiamo dentro vuoti. Anche noi, senza saperlo, possiamo diventare suolo dove poi qualcosa cresce.

Forse la roccia è completamente presente proprio perché non ha consapevolezza di sé. Noi sì, non possiamo farne a meno; non possiamo liberarcene, ma possiamo provare a smettere di tenerla stretta. E per un momento, seduto lì, ci ero riuscito, avevo smesso di aggrapparmi a quella consapevolezza. Stavo e basta.

Quando mi sono alzato, il sentiero continuava. Ho ripreso a camminare.

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