Avevo preparato tutto nei minimi dettagli. Un keynote corposo e pieno di spunti. Un argomento che però avevo già toccato nelle settimane precedenti e su cui volevo tornare per renderlo più chiaro, più familiare. Ero pronto.
Ho parcheggiato l’auto.
Dal parcheggio all’aula ci sono nove, dieci minuti di cammino. Un percorso cittadino — marciapiedi, semafori, automobili, fermate dell’autobus. Niente di speciale. Ma per me quel tragitto è diventato, negli anni, un momento di pratica. Una camminata consapevole in cui lascio che i pensieri si depositino, in cui non cerco di risolvere nulla ma solo di ascoltare. A volte la cosa più utile è rinunciare al controllo — lasciar andare l’idea di sapere già dove si arriverà.

Quella mattina è emerso qualcos’altro. Ho cominciato a sentire che la lezione preparata non era quella giusta. Non perché fosse sbagliata, ma perché in quel momento sentivo che mancava qualcosa.
Per me il design non è mai stato solo una disciplina, una professione. È un modo di stare al mondo. Un atto di design — per me — è anche scegliere cosa mangiare, con chi passare il tempo, come attraversare una città, cosa leggere. È una postura — uno sguardo che cerca coerenza tra ciò che fai e ciò che sei. E se questo è vero, allora anche un’aula non è solo un luogo dove si trasmettono nozioni. È uno spazio dove si costruisce un modo di essere, un modo di relazionarsi.
Tra un semaforo e un attraversamento pedonale, ho rimesso tutto in gioco. E sono entrato in aula con un’idea diversa. Si trattava della penultima lezione di un corso del primo anno. Per settimane avevamo parlato di storia del design, interfacce, percezione, Gestalt, teoria del colore, fotografia, documentari e tutto ciò che un programma può contenere.
Così ho chiesto agli studenti di parlarmi di qualcosa a cui tengono. Una passione, un film, una serie tv, un libro, un lavoro — qualunque cosa li vedesse coinvolti e di cui avessero padronanza. Non sapevo cosa sarebbe successo. E ho scelto di non saperlo — di non orientare tutto verso un risultato, ma di creare uno spazio e vedere cosa lo avrebbe riempito. Ed è successo qualcosa di importante. Uno dopo l’altro hanno preso la parola. Si vedeva che erano emozionati, e proprio per questo mi ha colpito la tranquillità con cui hanno scelto di aprirsi. Non una tranquillità sicura — quella che nasce quando non ti senti sotto giudizio. Quando la domanda non è come mi valuti? ma mi stai ascoltando?
Mi hanno parlato di libri, di film, di idee. Ma era evidente che non stavano solo descrivendo qualcosa che amavano — stavano parlando di se stessi. Il film attraversava la vita di chi lo raccontava, il libro aveva accompagnato un passaggio o era legato a qualcosa di preciso. Non avevo chiesto parlatemi di voi, eppure è esattamente quello che stava accadendo. Attraverso ciò che avevano scelto, si stavano raccontando.
E poi, con una naturalezza — e una sincera voglia di farlo — che non si può forzare. Alcuni hanno toccato temi decisivi come difficoltà reali, accettazione, diversità, la fatica di trovare il proprio posto. Non c’era esibizione. C’era un bisogno molto semplice, di sentirsi visti. Ascoltati. Ma la cosa che mi ha coinvolto di più è stato come il gruppo ha reagito. Ogni argomento suscitava interesse sincero, ogni volta nasceva un approfondimento — domande, scambio di esperienze.
C’è una dinamica che conosciamo tutti, specie quando siamo giovani, specie quando siamo valutati; che impariamo a gestire l’impressione che diamo di noi. A calibrare cosa mostrare e cosa nascondere. È un lavorio continuo tra ciò che siamo e ciò che temiamo di sembrare.
Quella mattina, per più di due ore, questa dinamica si è allentata. E quando si allenta, succede una cosa preziosa, le persone abbassano un po’ le difese e cominciano a partecipare.
Perché tutto questo c’entra con il design? Perché un designer è esposto. Alla critica, al confronto, alla pressione di dover produrre. Alla paura di non essere abbastanza creativo. A una forma di incertezza strutturale; che raramente sai dove arriverai, e quasi sempre attraversi momenti di blocco, revisioni, ripartenze, e in questa tensione è facile cadere nel bias di conferma, nell’effetto ancoraggio e nel bias dei costi sostenuti. Alcune trappole che riducono l’esplorazione proprio quando servirebbe più libertà.
Se questa esposizione viene vissuta solo come prestazione, lascia sul campo persone stanche, difensive. Irrigidite dallo stress. E il lavoro creativo non può nascere dalla difesa. Per questo, a un certo punto, ho voluto chiudere il corso in modo diverso; ho voluto creare uno spazio in cui fosse possibile parlare senza doversi proteggere. Non perché l’aula debba diventare terapia — ma perché l’aula, volente o nolente, è sempre un ambiente emotivo. E un ambiente può sostenere o può logorare.
Alla fine di tutti gli interventi, ho scritto alla lavagna una parola: FIDUCIA.
Ho provato a mostrarne i significati — soprattutto quelli che mi stanno più a cuore nel lavoro progettuale.
- C’è la fiducia in sé, non come sicurezza arrogante, ma come capacità di restare nel processo quando le cose non funzionano. Quando arriva la frustrazione, quando l’idea crolla sotto i colpi di un osservatore esterno.
- C’è la fiducia nel processo, sapere che il percorso non è mai lineare, che il blocco fa parte del gioco, che a volte bisogna saper stare nel buio — nella sindrome del foglio bianco — senza combatterlo, accettando che fa parte del lavoro. Chi non si fida del processo cerca scorciatoie, si aggrappa alla prima soluzione o peggio ancora si paralizza.
- C’è la fiducia nei mezzi, negli strumenti, nelle tecniche, in quello che hai imparato. Nella consapevolezza che non parti da zero ogni volta.
- C’è la fiducia negli altri, nei collaboratori, nel committente, nel gruppo. Progettare è quasi sempre un atto collettivo, e senza fiducia reciproca si lavora sulla difensiva. Si protegge l’idea invece di farla crescere.
- E c’è, forse la più difficile, la fiducia nel tempo. Accettare che non tutto si risolve subito, che alcune cose hanno bisogno di sedimentare, che la fretta è spesso nemica della qualità.
Progettare è una conversazione con la situazione. Tu agisci, la situazione risponde, tu rivedi, correggi, impari. Riparti. Ma se la fiducia manca — in te, nel processo, negli altri, nel tempo — quella conversazione si interrompe.
Cosa mi porto a casa? Ho imparato che a volte basta cambiare la domanda per cambiare l’aula. Chiedere parla di qualcosa che ami ha spostato l’asse dalla prestazione alla presenza. Gli stessi studenti, la stessa aula — ma un altro clima.
Ho imparato che l’ascolto conta più di quanto pensiamo. Quando qualcuno parla e sente che gli altri sono davvero lì, presenti e interessati, si concede di andare più a fondo. E ho imparato che la fiducia non si spiega. Si costruisce. Ho scritto FIDUCIA, ma la fiducia era già lì, nel modo in cui si erano concessi di parlare e nel modo in cui gli altri avevano accolto. Come docente posso parlare di fiducia quanto voglio, ma la fiducia nasce dal setting che creo, dal modo in cui tengo i confini, dal rispetto con cui sto nelle parole altrui, dalla cura con cui non trasformo la vulnerabilità in un artificio fine a se stesso.
Sono fortemente convinto che prima ancora di formare designer, stiamo formando persone che dovranno attraversare giudizi, blocchi, confronti, incertezze. E che sentirsi visti non è una gentilezza accessoria. È una condizione concreta perché il lavoro, e la vita, possano reggere.
C’è una serie TV che racconta l’esatto opposto di quello in cui credo. Si chiama Severance — in italiano Scissione. I protagonisti si sottopongono a un intervento che divide la loro coscienza in due; quando entrano in ufficio, non ricordano nulla della loro vita fuori e quando escono, non sanno niente di quello che fanno al lavoro. Due identità separate, impermeabili. È fantascienza, ma racconta qualcosa di molto reale e cioè l’illusione che si possa spegnere un interruttore, sintonizzarsi sulle frequenze del lavoro, e poi riaccendere la vita normale una volta usciti. Come se fossimo fatti a compartimenti stagni.
Io non ci credo. La mia è una visione olistica. Ciò che siamo al lavoro attraversa ciò che siamo fuori, e viceversa. Le paure, le fragilità, il bisogno di fiducia non restano fuori dalla porta dell’aula, dell’ufficio o dell’agenzia. Entrano con noi. E se non trovano spazio, non spariscono, anzi si accumulano. Ecco perché stare bene nel lavoro significa stare bene anche fuori. Ecco perché un’aula che ti vede forma una persona intera, non solo un professionista.
—
Dovunque tu vada, ci sei già — Jon Kabat-Zinn
Il miracolo della presenza mentale — Thich Nhat Hanh

