No, se avessi delle galline, non mangerei le loro uova.

Polo

La domanda, più o meno, è questa: Ma se avessi degli animali tuoi, se vivessero bene, se li accudissi con amore, mangeresti le loro uova? Berresti il loro latte?  E mi viene fatta sempre — sempre — quando si parla di veganismo. E a volte arriva anche in forma polemica, come tentativo di capire dove finisca la coerenza e dove cominci una rigidità eccessiva. L’estremismo.

Mi piacerebbe vivere con altri animali. A volte ci penso davvero. Oche, galline, anatre, magari qualche maialino. Mi piace l’idea di una piccola comunità di specie diverse, ciascuna con il proprio carattere e i propri ritmi. Mi piace immaginare un luogo in cui gli animali siano compagni di spazio, abitanti dello stesso pezzo di mondo. 

Forse questo pensiero nasce anche dalla mia esperienza con Polo. Polo è il mio cane, ma ogni volta che lo dico sento che quella formula è insieme vera e insufficiente. È vera perché viviamo insieme, perché mi occupo di lui, perché la sua giornata dipende anche dalle mie scelte. Ma è insufficiente perché non riesce a contenere ciò che negli anni si è costruito tra noi.

Con Polo ho stretto una relazione che faccio fatica non solo a definire con una parola sola, ma anche con tante parole. Certo, ci sono responsabilità pratiche che sono mie — il cibo, le cure, le passeggiate, la protezione, gli spazi. Sarebbe ingenuo fingere che la nostra relazione sia simmetrica in tutto. Io ho più strumenti e più possibilità di decidere. Ma proprio per questo ho anche più responsabilità. E questa responsabilità, se la guardo bene, mi chiede di custodire una relazione nella quale la sua vulnerabilità resti al sicuro, e mai diventi qualcosa di cui disporre.

Polo è qualcuno con cui condivido il tempo. Ha un modo di guardarmi che non si può spiegare del tutto. Conosce i miei gesti, i miei silenzi, i miei tempi. A volte mi anticipa, come se avesse imparato a leggere qualcosa di me che io stesso non vedo. Può essere testardo in un modo che mi fa impazzire e un attimo dopo tenerissimo in un modo che mi disarma. E porta dentro casa e nei sentieri una forma di presenza che cambia il peso delle cose; una presenza che mi fa stare bene e che mi piace pensare possa essere il suo modo di prendersi cura di me.

Ci sono mattine in cui basta vederlo annusare l’aria per ricordarmi che il mondo non comincia e non finisce nei miei pensieri. Il suo modo di camminare, di fermarsi e di ascoltare qualcosa che io non sento, mi riporta a una dimensione più larga della vita. Polo non svolge una funzione nella mia esistenza. Certamente cura la solitudine, certamente consola, certamente porta dentro la nostra relazione anche i miei bisogni, ma tutto questo accade dentro una vita che è sua, un modo di stare al mondo che è suo.

E negli anni, vivendo con lui, ho capito una cosa che forse prima intuivo soltanto, che con un animale si può costruire una relazione di pari, anche dentro una differenza inevitabile. Una parità che non riguarda i ruoli o le competenze, ma qualcosa di più profondo e più fragile, una parità di presenza. Io decido cose che lui non può decidere, eppure nella relazione ci siamo entrambi con lo stesso peso. Con linguaggi diversi, bisogni diversi, possibilità diverse, ma con la stessa consistenza.

Quando vivi davvero con un animale anche gli altri animali diventano più difficili da ridurre a una funzione. Una gallina smette di essere solo quella che fa le uova o che può essere cucinata in brodo. Un’oca smette di essere un animale pittoresco da cortile. Ognuno porta con sé un un temperamento, un carattere e una fiducia possibile.

Forse è stato proprio Polo a insegnarmi, più di tanti ragionamenti, che la vicinanza non dà alcun diritto in più.  Non è disporre. Che l’intimità è già abbastanza, in sé. Che prendersi cura di qualcuno non è un conto aperto che poi chiede restituzione.

E allora la domanda sulle uova arriva inevitabile. Se una gallina depone un uovo non fecondato, se un’oca lo lascia lì, se quell’uovo non diventerà mai pulcino, perché non mangiarlo?

La risposta più semplice sarebbe perché sono vegano. Ma sarebbe anche la risposta meno interessante e più di chiusura. Perché il punto non è applicare una regola come si applica un’etichetta. Il punto è capire che tipo di relazione voglio costruire con un animale che vive con me. Se accolgo un animale, se lo nutro, lo proteggo, lo curo quando sta male, se faccio in modo che abbia spazio e sicurezza e riparo, non sto stipulando un contratto. La cura, se è davvero cura, non contiene una clausola nascosta. Non posso dire ti faccio vivere bene, quindi qualcosa di tuo mi spetta.

Questo, per me, è il punto centrale. Il fatto che un animale dipenda da me non aumenta il mio diritto su di lui, al contrario, lo diminuisce. Più un essere vivente è vulnerabile dentro una relazione, più la mia responsabilità dovrebbe farsi attenta e leggera. Se un animale si fida di me, se abita uno spazio che io ho organizzato, se la sua sicurezza dipende in larga parte dalle mie scelte, quella fiducia non può diventare il punto da cui comincio a prendere. Nemmeno poco. Nemmeno con delicatezza.

Con le uova il discorso è sottile, perché l’uovo viene spesso percepito come qualcosa che avanza. Una gallina depone comunque, e allora sembra quasi uno spreco lasciarlo lì. Ma appena parliamo di spreco, stiamo già guardando quell’uovo dal punto di vista dell’utilità umana e abbiamo smesso di osservarlo dentro la vita dell’animale che lo ha prodotto. Un uovo è il risultato di un processo corporeo che richiede energia, calcio, regolazioni ormonali e a volte anche cova e attaccamento al nido. Anche quando non diventerà mai un pulcino, resta qualcosa che appartiene al corpo di un animale senziente.

Con il miele succede la stessa cosa, e forse in modo ancora meno visibile. Per chi non è vegano è spesso il punto più difficile da capire: cosa c’è di male nel miele? Le api lo producono comunque, no? Ma il miele non è un’eccedenza che le api lasciano lì per gentilezza. È la loro riserva di cibo, il risultato di un lavoro enorme fatto per nutrire la colonia e sopravvivere all’inverno. Prenderselo e sostituirlo con acqua zuccherata, come si fa nell’apicoltura convenzionale, è esattamente quel gesto che mi interessa mettere in discussione — decidere che ciò che un altro essere vivente produce per sé diventa nostro, solo perché possiamo prenderlo.

Questo non significa che le uova vadano lasciate sempre dove sono. Vivere con animali che depongono richiede gesti pratici; un uovo può marcire o attirare predatori, e a volte ha più senso restituirlo alla gallina stessa come nutrimento, o compostarlo e rimetterlo nella terra. Lo stesso vale per il miele. Chi si prende cura di un alveare può trovarsi a gestire le scorte, a controllare la salute della colonia, a intervenire quando serve. La questione non è restare immobili per paura di toccare qualcosa, è decidere se quel gesto serve all’animale o serve a me. Perché gestire la convivenza è una cosa; trasformare il corpo dell’animale in una disponibilità per noi è un’altra. Ogni convivenza richiede gesti, decisioni e cura pratica, ma c’è una differenza tra intervenire per custodire un equilibrio e considerare un uovo o il latte o il miele una risorsa gentile.

E proprio con il latte la cosa è ancora più chiara, perché c’è sempre una storia dietro, una madre che ha partorito e un piccolo che dovrebbe nutrirsene. Anche quando immaginiamo la scena più lontana possibile dall’industria, magari una capra nel suo recinto accudita con affetto, il latte resta qualcosa che noi prendiamo dentro un processo che non nasce per noi, ma per quel legame lì tra madre e figlio — un legame che nell’allevamento, soprattutto intensivo, viene spezzato quasi subito, perché quel latte arrivi a noi e non a chi è nato per nutrirsene. E il fatto che lo si sia fatto per generazioni non cambia la sostanza; l’essere umano ha sempre avuto la possibilità di scegliere e ha quasi sempre scelto il dominio sugli altri. Io oggi scelgo diversamente, e questo mi basta.

A questo punto, di solito, arriva un’altra obiezione. È quasi naturale che arrivi, perché sembra la crepa logica del ragionamento. Suona più o meno così: Però anche un albero è un essere vivente. Se coltivi un mandarino, lo curi, lo poti, lo irrighi, poi raccogli i suoi frutti. Perché con il mandarino sì e con l’uovo no?

La domanda da un certo punto di vista è anche legittima. Perché aiuta a evitare una certa superficialità con cui a volte parliamo delle piante come se fossero semplicemente sfondo. Decorazione e giardino. Anche con un albero abbiamo una responsabilità. Coltivare significa entrare in una relazione comunque con una forma di vita; e con il suolo, il paesaggio e il tempo che ci vuole.

Però un frutto e un uovo non sono la stessa cosa. Il frutto fa parte della strategia riproduttiva della pianta, nasce anche per essere colto e portato altrove. Posso coltivare un mandarino con rispetto oppure dentro un sistema che devasta il suolo, e quella differenza conta enormemente, ma anche nel peggiore dei casi non sto sottraendo qualcosa a un animale che potrebbe guardarmi negli occhi e fidarsi di me.

Con un animale entro in una relazione intersoggettiva. Questa parola può sembrare grande, ma dice una cosa semplice, che davanti a me non c’è solo qualcosa che vive, c’è qualcuno che sente, qualcuno che può riconoscermi ed essere felice quando arrivo e spaventarsi se mi muovo nel modo sbagliato; qualcuno che abita il mondo a modo suo. E non penso che questo autorizzi una gerarchia arrogante tra piante e animali. Penso però che chieda attenzioni diverse. Relazioni diverse comportano responsabilità diverse.

So benissimo che vivere senza lasciare tracce è quasi impossibile; ogni giorno mi nutro, attraverso uno spazio, trasformo qualcosa intorno a me. Ma posso scegliere di non fondare la mia vita sull’uso e l’abuso degli animali. Posso scegliere che la cura resti cura e basta. Posso scegliere che la convivenza non abbia un prezzo nascosto. Per questo, se un giorno vivessi con oche, galline, anatre o altri animali, non mangerei le loro uova. E se vivessi con capre, pecore o mucche salvate da qualche destino peggiore, non berrei il loro latte. Li accudirei perché sono vivi, e quello sarebbe sufficiente.

Forse questa è la parte più difficile da spiegare, perché siamo cresciuti dentro un’idea molto radicata, che ciò che curiamo, in qualche modo, ci appartiene. La terra che lavoriamo deve produrre. Gli animali che nutriamo devono dare qualcosa. Il tempo che dedichiamo è una sorta di credito. Anche l’amore, a volte, viene pensato come una forma gentile che ci deve essere restituita.

Ma la cura vera, almeno come provo a intenderla, non funziona così. Perché si tratta di accettare che un animale possa vivere vicino a noi senza diventare una risorsa. In fondo, magari la domanda iniziale andrebbe ribaltata. Non: Se fossero animali tuoi, allora perché non dovresti prendere le loro uova? Ma: Proprio perché vivono con me, proprio perché dipendono dalla mia cura, proprio perché sono dentro una relazione di fiducia, come potrei pensare che qualcosa del loro corpo mi spetti?

È qui che la scelta vegana diventa qualcosa di più intimo di una lista di cose che non mangio. Diventa il modo in cui scelgo di stare accanto a chi è vivo, senziente, con tutte le contraddizioni che questo comporta. Se penso a quelle oche che ancora non ho, le immagino libere di lasciare un uovo nell’erba senza che quell’uovo diventi mio. E mi sembra che in quel gesto, nel lasciarlo lì, ci sia più cura di quanta ce ne sarebbe nel raccoglierlo.

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